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| [.:Animalismo:.] |
Tutti gli
animali sono uguali

O
perché il principio etico su cui si fonda l'uguaglianza umana ci imponga
di estendere l'uguale considerazione anche agli animali
"Liberazione animale" può suonare più come una parodia di altri
movimenti di liberazione che come un obiettivo serio. In effetti, in
passato l'idea dei "diritti degli animali" è stata davvero
usata per parodiare la causa delle donne. Quando Mary WolIstonecraft,
precorrendo il femminismo, pubblicò nel 1792 il suo Vindication of
the Rights of Woman (Rivendicazione dei diritti della donna) le sue
idee vennero per lo più considerate assurde, e ben presto comparve una
pubblicazione anonima intitolata A Vindication of the Rights of
Brutes (Una rivendicazione dei diritti delle bestie). L'autore
della satira (oggi si sa che si trattava di Thomas Taylor, insigne
filosofo di Cambridge) cercava di confutare le tesi di Mary
Wollstonecraft dimostrando come esse potessero avere un'applicazione
ulteriore. Se l'argomento a favore dell' uguaglianza era corretto nel
caso delle donne, allora perché non applicarlo anche ai cani, ai gatti e
ai cavalli? Il ragionamento sembrava funzionare anche nel caso di tali "bestie";
e tuttavia sostenere che le bestie hanno diritti è manifestamente
assurdo. Ne segue che il ragionamento con cui si è raggiunta tale
conclusione deve essere scorretto, e se è scorretto quando viene
applicato alle bestie, deve esserlo anche quando viene applicato alle
donne, dato che in entrambi i casi si usano esattamente gli stessi
argomenti.
Per chiarire le basi della rivendicazione dell'uguaglianza per gli
animali, sarà utile iniziare con un'analisi delle ragioni a favore
dell'uguaglianza delle donne. Immaginiamo di voler difendere la causa
dei diritti delle donne dagli attacchi di Thomas Taylor. Come dovremmo
rispondere?
Un modo possibile di replicare è quello di asserire che gli argomenti a
favore dell'uguaglianza fra uomini e donne non possono essere
validamente estesi agli animali non umani. Per esempio, le donne hanno
il diritto di voto perché sono in grado di prendere decisioni razionali
per a futuro tanto quanto gli uomini; mentre d'altra parte i cani sono
incapaci di afferrare il significato del voto, e pertanto non possono
averne il diritto. Esistono molte altre evidenti somiglianze tra uomini
e donne, rnentre tra umani e animali le differenze sono notevoli. Di
conseguenza, si potrebbe dire, gli uomini e le donne sono esseri simili
e devono avere sirnili diritti, mentre gli umani e i non umani sono
diversi e non devono avere uguali diritti.
Il ragionamento sotteso a questa risposta al procedimento analogico di
Taylor è corretto, ma solo fino a un certo punto. Esistono senz 'altro
notevoli differenze tra gli umani e gli altri animali, e tali differenze
devono dar luogo a qualche differenza nei diritti di ciascuno.
L'ammissione di questo fatto ovvio, tuttavia, non è di ostacolo
all'estensione del principio fondamentale di uguaglianza agli animali
non umani. Le differenze esistenti fra uomini e donne sono altrettanto
innegabili, e chi sostiene il movimento di liberazione delle donne è
consapevole del fatto che tali differenze possono generare diritti
differenti. Molte femministe affermano che le donne hanno diritto
all'aborto libero. Non ne consegue tuttavia che, dato che si battono per
l'uguaglianza fra uomini e donne, esse debbano sostenere anche il
diritto degli uomini ad abortire. Poiché un uomo non può abortire, è
privo di senso parlare di un suo diritto all'aborto. Poiché i cani non
possono votare, è privo di senso parlare di un loro diritto di voto. Non
c'è motivo per cui i movimenti di liberazione delle donne o degli
animali dovrebbero essere coinvolti in assurdità di questo genere.
L'estensione da un gruppo a un altro del principio fondamentale di
uguaglianza non implica che dobbiamo trattare entrambi i gruppi
esattamente nello stesso modo, o garantire loro esattamente gli stessi
diritti. Se dobbiamo farlo o meno dipenderà dalla natura dei membri dei
due gruppi. Il principio fondamentale di uguaglianza non prescrive
uguale o identico trattamento; prescrive uguale considerazione.
Un'uguale considerazione di esseri differenti può portare a un
trattamento differente e a differenti diritti.
Vi è dunque un modo diverso di rispondere al tentativo di Taylor di
parodiare la rivendicazione dei diritti delle donne, un modo che non
nega le ovvie differenze fra umani e non umani, ma che va più a fondo
nella questione dell'uguaglianza e che conduce al non trovare niente di
assurdo nell'idea che il principio fondamentale di uguaglianza si
applichi anche alle cosiddette "bestie". A questo punto una conclusione
simile può apparire strana; ma se esamineremo più in profondità la base
su cui in ultima analisi poggia la nostra opposizione alla
discriminazione razziale o sessuale, vedremo come non sia sostenibile
reclamare l'uguaglianza per i neri, le donne e gli altri gruppi di umani
oppressi, e al contempo negare uguale considerazione ai non umani. Per
chiarire questo punto dobbiamo per prima cosa capire perché il razzismo
e il sessismo siano sbagliati. Quando diciamo che tutti gli esseri umani
sono uguali, senza distinzioni di razza, sesso o religione, che cosa
stiamo sostenendo? Chi vuole difendere una società di stampo gerarchico
e inegualitario ha spesso sottolineato che, qualunque sia il test
prescelto, semplicemente non è vero che tutti gli umani siano uguali. Ci
piaccia o no, dobbiamo ammettere che gli umani nascono fisicamente
diversi, con capacità morali diverse, diverse abilità intellettive, una
differente dotazione di benevolenza e di sensibilità ai bisogni altrui,
diverse capacità di comunicare efficacemente e diverse possibilità di
provare piacere e dolore. In breve se la richiesta di uguaglianza
venisse fondata su un'uguaglianza reale di tutti gli esseri umani,
dovremmo rinunciare ad avanzarla.
Si potrebbe tuttavia insistere sulla tesi per cui la rivendicazione di
uguaglianza tra esseri umani sarebbe basata su un'uguaglianza reale tra
sessi e razze differenti. Sebbene gli umani differiscano come individui,
si può dire, fra le razze e i sessi in quanto tali non esistono
differenze. Dal mero fatto che una persona sia di pelle nera o che sia
una donna non possiamo inferire niente circa le sue doti intellettuali o
morali. Questa, si potrebbe dire, è la ragione per cui il razzismo e il
sessismo sono sbagliati. Il bianco razzista sostiene che i bianchi sono
superiori ai neri, ma questo è falso; sebbene vi siano differenze fra
gli individui, certi neri sono superiori a certi bianchi in tutte le
capacità e abilità che possono essere considerate rilevanti.
L'oppositore del sessismo potrebbe dire lo stesso: il sesso di una
persona non è un indice delle sue abilità, e questo è il motivo per cui
la discriminazione sulla base del sesso è ingiustificabile.
L'esistenza di variazioni individuali che attraversano il confine della
razza o del sesso, tuttavia, non ci fornisce nessuna difesa contro un
oppositore dell'uguaglianza di tipo più sofisticato, per esempio contro
chi proponga che gli interessi di tutti coloro che sono dotati di un Qi
inferiore a 100 ricevano minore considerazione degli interessi di chi ha
un QI superiore a 100. Forse chi si situa al di sotto della media
potrebbe, secondo tale ipotesi, essere reso schiavo di chi ottiene
risultati superiori. Una simile società gerarchica sarebbe davvero tanto
migliore di quella basata sulla razza o sul sesso? Penso di no. Ma se
noi vincoliamo il principio morale di uguaglianza a un'uguaglianza
fattuale tra le razze o i sessi, presi nel complesso, la nostra
opposizione al razzismo e al sessismo non ci fornisce nessuna base per
opporci a questa forma di inegualitarismo.
Esiste un secondo importante motivo per cui non dovremmo fondare la
nostra opposizione al razzismo e al sessismo su un qualche genere di
uguaglianza fattuale, sia pure quel genere circoscritto secondo cui le
variazioni individuali nelle capacità e abilità sono uniformemente
distribuite tra le razze e i sessi: noi non possiamo avere nessuna
assoluta garanzia che tali capacità e abilità siano realmente diffuse in
egual misura tra gli esseri umani, indipendentemente dalla razza o dal
sesso. Per quanto riguarda le abilità reali, sembra anzi che siano
rilevabili alcune differenze sia tra le razze che tra i sessi. Tali
differenze non risultano naturalmente evidenti in ogni singolo caso, ma
solo quando siano calcolate in media. Non solo, ma noi non sappiamo
ancora in che misura tali differenze dipendano realmente dai diversi
corredi genetici delle varie razze o dei sessi, e in che misura siano
dovute a insufficiente istruzione, a condizioni di vita inadeguate, e ad
altri fattori che sono il risultato della discriminazione passata e
presente. Forse alla fine risulterà che tutte le differenze importanti
sono di origine ambientale piuttosto che genetica. Chiunque si opponga
al razzismo e al sessismo di certo spera che sia così, perché ciò
renderebbe assai più facile il compito di porre fine alla
discriminazione; nondimeno, sarebbe pericoloso fondare la confutazione
del razzismo e del sessismo sull'idea che tutte le differenze
significative siano di origine ambientale. Chi per esempio si oppone al
razzismo adottando questa tesi non potrà fare a meno di concedere che,
nel caso in cui le differenze di abilità dovessero alla fin fine
risultare in qualche modo geneticamente connesse alla razza, il razzismo
sarebbe in un certo senso giustificabile.
Fortunatamente non occorre vincolare la causa dell'uguaglianza al
particolare esito di un'indagine scientifica. La risposta appropriata da
dare a chi sostenga di aver trovato la prova di un fondamento genetico
per le differenze di abilità fra le razze o i sessi non consiste nel
rimanere aggrappati all'idea che la spiegazione genetica debba essere
sbagliata, a prescindere da qualsiasi prova del contrario; consiste
invece nel chiarire che la rivendicazione dell'uguaglianza non dipende
dall'intelligenza, dalle capacità morali, dalla forza fisica o da altri
simili dati di fatto. L'uguaglianza è un'idea morale, non un'asserzione
di fatto. Dal punto di vista logico, non vi è nessuna ragione cogente
per assumere che una differenza fattuale di capacità fra due persone
giustifichi una qualsiasi differenza nella quantità di considerazione da
attribuire ai rispettivi bisogni e interessi. Il principio
dell'uguaglianza degli esseri umani non è la descrizione di una pretesa
uguaglianza reale: è una prescrizione sul modo in cui gli esseri umani
dovrebbero essere trattati.
Jeremy Bentham, il fondatore della moderna scuola utilitarista di
filosofia morale, incorporò nel suo sistema etico la base essenziale
dell'uguaglianza morale con la formula: "Ciascuno deve contare per
uno, e nessuno per più di uno". In altre parole, gli interessi di
ogni essere coinvolto in un'azione devono essere presi in considerazione
e valutati alla stessa stregua degli interessi analoghi di ogni altro
essere. Un utilitarista posteriore, Henry Sidgwick, pose la questione in
questi termini: "Il bene di ciascun individuo non è di maggiore
importanza, dal punto di vista (se così si può dire) dell'universo, del
bene di ogni altro individuo". Più di recente gli autori di maggior
rilievo della filosofia morale contemporanea si sono dimostrati
largamente concordi nell'indicare come presupposto fondamentale delle
loro teorie etiche la presenza di un principio analogo, che operi in
modo da garantire agli interessi di ognuno uguale considerazione,
sebbene generalmente non riescano a concordare su quale sia la
formulazione ottimale di tale principio.
Un'implicazione di tale principio di uguaglianza è costituita dal fatto
che la nostra preoccupazione per gli altri e la nostra propensione a
considerare i loro interessi non devono dipendere da come essi sono o
dalle capacità che possiedono. Che cosa precisamente ci venga richiesto
di fare può variare in funzione delle caratteristiche di chi è toccato
da ciò che facciamo: la preoccupazione per il benessere di un bambino
che cresce in America esigerebbe che gli insegnassimo a leggere; la
preoccupazione per il benessere di un maiale può non imporre niente di
più che lasciarlo in compagnia di altri maiali in un luogo dove ci sia
cibo a sufficienza e spazio per muoversi liberamente. Ma l'elemento
fondamentale (il tener conto degli interessi dell'essere, di qualunque
genere possano essere) deve, in base al principio di uguaglianza, venire
esteso a tutti gli esseri, neri o bianchi, di sesso maschile o
femminile, umani o non umani.
Se ne rese conto Thomas Jefferson, cui si deve l'introduzione del
principio dell'uguaglianza degli uomini nella Dichiarazione
d'indipendenza americana; e fu proprio questo che lo indusse a opporsi
alla schiavitù benché fosse incapace di liberarsi del tutto dalla sua
educazione schiavista. In una lettera all'autore di un libro in cui
venivano sottolineati i notevoli risultati intellettuali ottenuti dai "neri",
allo scopo di confutare l'allora comune opinione che avessero capacità
intellettuali limitate, scrisse:
"Siate certo che nessuna persona vivente desidera più sinceramente
di me di assistere a una piena confutazione dei dubbi che io stesso ho
nutrito ed espresso sulle possibilità intellettive assegnate loro dalla
natura, e di scoprire che sono nostri pari (...) ma qualunque sia il
grado del loro ingegno, esso non e una misura dei loro diritti. Anche se
Sir Isaac Newton era superiore agli altri per intelligenza, questo non
gli attribuiva autorità sulla proprietà o sulla persona di altri.'"
Analogamente, quando negli anni cinquanta del XIX secolo fu lanciata
negli Stati Uniti la crociata per i diritti delle donne, Sojourner Truth,
una straordinaria femminista nera, espresse, in termini più energici, la
stessa idea davanti a un'assemblea di attiviste:
"Parlano di quella cosa nella testa; come la chiamano?
«Intelligenza», bisbigliò qualcuno li vicino. Ecco! Cosa avrà mai a che
fare questo con i diritti delle donne o dei negri? Se la mia tazza non
contiene che un mezzo litro e la tua ne contiene uno, non sarebbe
meschino da parte tua non lasciarmi riempire la mia piccola mezza
misura?"'
E' su questa base che l'opposizione al razzismo e al sessismo deve in
definitiva fondarsi; ed è in conformità a questo principio che anche
l'atteggiamento che possiamo definire "specismo", per analogia
con razzismo, va condannato. Lo specismo (la parola non è elegante, ma
non riesco a pensare a un termine migliore) è un pregiudizio o
atteggiamento di prevenzione a favore degli interessi dei membri della
propria specie e a sfavore di quelli dei membri di altre specie.
Dovrebbe risultare evidente che le fondamentali obiezioni avanzate nei
confronti del razzismo e del sessismo da Thomas Jefferson e Sojourner
Truth sono altrettanto valide nel caso dello specismo. Se il possesso di
un superiore livello di intelligenza non autorizza un umano a usarne un
altro per i suoi fini, come può autorizzare gli umani a sfruttare i non
umani per lo stesso scopo? Molti filosofi, così, come altri autori,
hanno proposto, in una forma o nell'altra, il principio dell'uguale
considerazione degli interessi come principio morale fondamentale; ma
non molti tra di essi si sono resi conto che tale principio si applica
anche ai membri di specie diverse dalla nostra. Jeremy Bentham fu uno
dei pochi che lo compresero. In un passo anticipatore, scritto in
un'epoca in cui gli schiavi neri erano stati liberati dai francesi, ma
nei domini britannici venivano ancora trattati più o meno come noi
trattiamo oggi gli animali, Bentham affermava:
"Verrà il giorno in cui il resto degli esseri animali potrà
acquisire quei diritti che non gli sono mai stati negati se non dalla
mano della tirannia. I francesi hanno già scoperto che il colore nero
della pelle non è un motivo per cui un essere umano debba essere
irrimediabilmente abbandonato ai capricci di un torturatore. Si potrà un
giorno giungere a riconoscere che il numero delle gambe, la villosità
della pelle o la terminazione dell'osso sacro sono motivi egualmente
insufficienti per abbandonare un essere sensibile allo stesso destino!
Che altro dovrebbe tracciare la linea invalicabile? La facoltà della
ragione, o forse quella del linguaggio? Ma un cavallo o un cane adulti
sono senza paragone animali più razionali, e più comunicativi, di un
bambino di un giorno, o di una settimana, o persino di un mese. Ma anche
ammesso che fosse altrimenti, cosa importerebbe? Il problema non è:
"Possono ragionare?", nè: "Possono parlare? ", ma: "Possono soffrire?".
In questo passo Bentham individua nella capacità di soffrire la caratte
fisica vitale che attribuisce a un essere il diritto a un'uguale
considerazione. La capacità di provare dolore (o, più precisamente, di
provare dolore e/o piacere o felicità) non è semplicemente una
caratteristica tra le altre, come la capacità di parlare o di apprendere
la matematica superiore. Bentham non sta dicendo che chi cerca di
tracciare la linea invalicabile" che stabilisce se gli interessi di un
essere debbano essere presi in considerazione abbia scelto la
caratteristica sbagliata. Sostenendo che dobbiamo considerare gli
interessi di tutti gli esseri che possiedono la capacità di provare
dolore o piacere, Bentham non esclude arbitrariamente dalla
considerazione alcun interesse, come invece fa chi traccia la linea di
separazione sulla base del possesso della ragione o del linguaggio. La
capacità di provare dolore e piacere è un prerequisito per avere
interessi in assoluto, una condizione che deve essere soddisfatta prima
che si possa parlare di interessi in un modo che abbia senso. Sarebbe
assurdo dire che non era nell' interesse di un sasso l'essere preso a
calci lungo la strada da uno scolaro. Un sasso non ha interessi perché
non può soffrire. Nulla di ciò che possiamo fargli può comportare una
qualsiasi differenza per il suo benessere. La capacità di provare dolore
e piacere è una condizione non solo necessaria ma anche sufficiente
perché si possa dire che un essere ha interessi (come minimo assoluto,
l'interesse a non soffrire). Un topo, per esempio, ha davvero interesse
a non venir preso a calci per la strada, perché in tal caso soffrirà.
Per quanto Bentham parli di "diritti" nel brano che ho citato,
l'argomentazione verte in effetti sull'uguaglianza, piuttosto che sui
diritti. In realtà, in un celebre passo, Bentham descrive i "diritti
naturali" come " un nonsenso", e i "diritti naturali e
imprescrittibili "come "un nonsenso sui trampoli". Il
filosofo parlava di diritti morali quando voleva sinteticamente
riferirsi alle garanzie che le persone e gli animali dovrebbero avere
dal punto di vista morale; ma il vero peso dell'argomentazione morale
non poggia sull'asserzione dell'esistenza del diritto, perché ciò deve a
sua volta essere giustificato sulla base delle possibilità di soffrire e
di godere. Si può in tal modo argomentare a favore dell'uguaglianza per
gli animali senza rimanere invischiati in controversie filosofiche circa
la natura ultima dei diritti.
Nell'ambito di tentativi mal fondati di confutare le tesi di Liberazione
animale, alcuni filosofi si sono sforzati di sviluppare argomenti per
dimostrare che gli animali non hanno diritti. Essi hanno affermato che
un essere per avere diritti deve essere autonomo, o appartenere a una
comunità, o avere la capacità di rispettare i diritti degli altri, o
possedere un senso di giustizia. Tali pretese non hanno rilevanza per la
causa della liberazione animale. Il linguaggio dei diritti costituisce
un pratico e sintetico lessico politico. Esso è ancor più prezioso
nell'era delle notizie televisive di trenta secondi di quanto non lo
fosse ai tempi di Bentham, ma , all'interno dell'argomento a favore di
un radicale cambiamento dei nostri atteggiamenti verso gli animali, non
è affatto necessario.
Se un essere soffre, non può esistere nessuna giustificazione morale per
rifiutarsi di prendere in considerazione tale sofferenza. Quale che sia
la natura dell'essere, il principio di uguaglianza richiede che la sua
sofferenza venga valutata quanto l'analoga sofferenza (fin tanto che
comparazioni approssimative possono essere fatte) di ogni altro essere.
Se un essere non è capace di soffrire, o di provare piacere o felicità,
non vi è nulla da prendere in considerazione. E questa la ragione per
cui il limite della sensibilità (impiegando questo termine come una
conveniente, pur se non pienamente accurata, abbreviazione per "capacità
di soffrire e/o provare piacere" costituisce l'unico confine
plausibile per la considerazione degli interessi altrui. Tracciare
questo confine tramite caratteristiche come l'ntelligenza o la
razionalità significherebbe agire in modo arbitrario. Perché non
scegliere allora il colore della pelle?
Il razzista viola il principio di uguaglianza attribuendo
maggior peso agli interessi dei membri della sua razza qualora si
verifichi un conflitto tra gli interessi di questi ultimi e quelli dei
membri di un'altra razza. Il sessista viola il principio di uguaglianza
favorendo gli interessi del proprio sesso. Analogamente lo specista
permette che interessi della sua specie prevalgano su interessi
superiori dei membri di altre specie. Lo schema è lo stesso in
ciascun caso. La maggior parte degli esseri umani è specista. I capitoli
seguenti mostrano che gli esseri umani comuni (non qualche individuo
eccezionalmente crudele o malvagio, ma gli umani nella stragrande
maggioranza) sostengono attivamente, accettano e permettono che tramite
le loro tasse si sovvenzionino pratiche che richiedono il sacrificio dei
più importanti interessi dei membri di altre specie allo scopo di
favorire i più futili interessi della nostra specie. C'è tuttavia un
argomento generale a difesa delle pratiche che verranno descritte nel
prossimi due capitoli di cui è necessario sbarazzarsi prima di discutere
le pratiche stesse. Si tratta di una difesa che, se vera, ci
permetterebbe di fare qualsiasi cosa a qualsiasi non umano per ogni
minima ragione, o anche senza ragione, non rischiando alcun biasimo
giustificato. Essa consiste nel sostenere che non possiamo essere
accusati di ignorare gli interessi degli altri animali per una ragione
sconvolgentemente semplice: essi non hanno interessi. Gli animali non
umani non hanno interessi, secondo questa tesi, perché non sono capaci
di soffrire. Con questo non si intende semplicemente che non siano
capaci di soffrire in tutti i modi in cui ne sono capaci gli umani: per
esempio che un vitello non è capace di soffrire per la consapevolezza
che verrà ucciso entro sei mesi. Tale pretesa moderata è senza dubbio
vera; ma non assolve gli umani dall'accusa di specismo, poiché ammette
che gli animali possano soffrire in altri modi: per esempio venendo
assoggettati a scosse elettriche, o rinchiusi in piccole, anguste
gabbie. La difesa che sto per discutere consiste nell'assai più
radicale, sebbene corrispondentemente meno plausibile, asserzione che
gli animali sono incapaci di soffrire in assoluto; che sono, di fatto,
automi privi di coscienza, che non possiedono pensieri né sentimenti né
alcuna sorta di vita mentale.
Sebbene, come vedremo in un capitolo successivo, la tesi che gli animali
sono automi sia stata avanzata nel XVII secolo dal filosofo francese
Descartes, per la maggior parte della gente, tanto allora quanto oggi, è
ovvio che se, per esempio, affondiamo un coltello affilato nello stomaco
di un cane non anestetizzato, il cane sentirà dolore. Che le cose stiano
così è presupposto dalle leggi che, nella maggioranza dei paesi civili,
proibiscono atti di crudelta' gratuita nei confronti degli animali. I
lettori cui il buon senso dice che gli animali soffrono possono anche,
se lo preferiscono, tralasciare le prossime pagine, nelle quali mi
limito a confutare una posizione che non è la loro. Per quanto
implausibile possa essere, tuttavia, per ragioni di completezza questa
posizione scettica va discussa.
Gli animali non umani provano dolore? Come possiamo saperlo? Ebbene,
come sappiamo di chiunque, umano o non umano, se prova dolore? Noi siamo
consapevoli del fatto che noi stessi possiamo provare dolore. Lo
sappiamo per la diretta esperienza del dolore che abbiamo quando, per
esempio, qualcuno preme una sigaretta accesa contro il dorso della
nostra mano. Ma come sappiamo che chiunque altro provi dolore? Noi non
possiamo sperimentare direttamente il dolore di nessun altro, che si
tratti del nostro migliore amico o di un cane randagio. Il dolore è uno
stato di coscienza, un "evento mentale" e, in quanto tale non
può in nessun modo venire osservato. I dati del comportamento, come il
contorcersi, il gridare o l'allontanare la mano dalla sigaretta accesa,
non sono il dolore in se stesso; né le registrazioni che un neurologo
potrebbe compiere dell'attività interna al cervello sono osservazioni
del dolore in sé. Il dolore è qualcosa che sentiamo, e possiamo soltanto
inferire che altri lo sentano da varie indicazioni esterne.
In teoria, potremmo sempre sbagliarci quando supponiamo che gli altri
esseri umani provino dolore. E concepibile che uno dei nostri più cari
amici sia in realtà un robot abilmente costruito, manovrato da un
brillante scienziato in modo tale da manifestare tutti i segni del
dolore, ma in realtà non più sensibile di qualsiasi altra macchina. Non
potremo mai sapere con assoluta certezza che non è così. Ma, mentre ciò
può anche costituire un rompicapo per i filosofi, noi non abbiamo il
minimo reale dubbio che i nostri amici più stretti provino dolore
proprio come noi. Questa è un'inferenza, ma un'inferenza perfettamente
ragionevole, basata sull'osservazione del loro comportamento nelle
situazioni in cui noi proveremmo dolore, nonché sul fatto che abbiamo
tutte le ragioni di ritenere che i nostri amici siano esseri simili a
noi, dotati di un sistema nervoso simile al nostro che si può supporre
funzioni come il nostro e produca sensazioni analoghe in analoghe
circostanze. Se è giustificabile supporre che gli altri esseri umani
provino dolore come noi, c'è qualche ragione per cui una simile
inferenza debba essere ingiustificabile nel caso degli altri animali?
Quasi ogni segno esterno che ci induce a inferire la presenza di dolore
negli altri umani si può osservare in altre specie, soprattutto in
quelle più vicine a noi, cioè tutte le specie di mammiferi e di uccelli.
Gli indici comportamentali includono contorcimenti, smorfie, gemiti,
guaiti o altre forme di lamento, tentativi di sottrarsi alla fonte del
dolore, manifestazioni di paura di fronte alla possibilità che si
ripresenti, e così via. Inoltre, noi sappiamo che questi animali hanno
un sistema nervoso molto simile al nostro, che dal punto di vista
fisiologico fornisce risposte analoghe quando l'animale si trova in
circostanze in cui noi proveremmo dolore: un iniziale aumento della
pressione sanguigna, dilatazione delle pupille, traspirazione, aumento
delle pulsazioni e, se lo stimolo continua, abbassamento della pressione
sanguigna. Benché gli esseri umani abbiano una corteccia cerebrale più
sviluppata degli altri animali, questa parte del cervello ospita le
funzioni intellettuali piuttosto che gli impulsi fondamentali, le
emozioni e le sensazioni. Tali impulsi, emozioni e sensazioni hanno
origine nel diencefalo, che è ben sviluppato in molte altre specie di
animali, specialmente nei mammiferi e negli uccelli.
Sappiamo anche che il sistema nervoso degli altri animali non è stato
artificialmente costruito (come potrebbe accadere per un robot) per
imitare il comportamento di dolore degli umani. Il sistema nervoso degli
animali si è evoluto così come si è evoluto il nostro, e in effetti la
storia evolutiva degli esseri umani e degli altri animali, in
particolare dei mammiferi, si è differenziata solo quando già esistevano
le principali caratteristiche del nostro sistema nervoso. La capacità di
provare dolore ovviamente accresce le prospettive di sopravvivenza di
una specie, dato che induce i suoi membri a evitare quello che può
nuocere. E sicuramente irragionevole supporre che sistemi nervosi che
sono praticamente identici dal punto di vista fisiologico, che hanno una
comune origine e una comune funzione evolutiva, e che danno luogo a
forme di comportamento simili in circostanze simili, debbano in realtà
operare in modo totalmente diverso a livello di sensazioni soggettive.
E' da lungo tempo che in ambito scientifico si è accettato il principio
guida di cercare per qualunque fenomeno ci si proponga di chiarire la
spiegazione più semplice possibile. Si è occasionalmente sostenuto che
per questa ragione sia "antiscientifico" spiegare il comportamento degli
animali per mezzo di teorie che facciano riferimento a stati di
coscienza, desideri e cosi via, l'idea di fondo essendo che, se il
comportamento in questione si potrà spiegare senza ricorrere alla
coscienza o alle sensazioni, si sarà conseguita la teoria più semplice.
Non è tuttavia difficile comprendere come tali spiegazioni, se valutate
in relazione all'effettivo comportamento degli animali tanto umani
quanto non umani, siano in realtà molto più complesse delle spiegazioni
rivali. Sappiamo infatti per esperienza personale che le spiegazioni del
nostro comportamento che non facessero riferimento alla coscienza e alla
sensazione del dolore sarebbero incomplete; e ipotizzare che
comportamenti simili di animali con sistemi nervosi simili vadano
spiegati nello stesso modo è più semplice che non cercare di escogitare
una diversa spiegazione per il comportamento degli animali non umani, e
al contempo una spiegazione della diversità tra umani e non umani sotto
questo aspetto. La stragrande maggioranza degli scienziati che si sono
occupati di questo problema è d'accordo. Lord Brain, uno dei più
eminenti neurologi del nostro tempo, ha osservato:
"Personalmente non vedo nessuna ragione per attribuire la mente agli
uomini e negarla agli animali (... ) Io per lo meno non dubito che gli
interessi e le attività degli animali siano correlati quanto i miei a
consapevolezza e sensazioni, e che queste possano essere, per quel che
ne so, altrettanto vive."
Scrive l'autore di un libro sul dolore:
"Ogni singolo frammento di evidenza fattuale conforta la tesi che i
mammiferi superiori sperimentino sensazioni di dolore intense almeno
quanto le nostre. Dire che hanno minor sensibilità perché sono animali
inferiori è un'assurdità, si può facilmente dimostrare che alcuni loro
sensi sono assai più acuti dei nostri: la vista in certi uccelli,
l'udito nella maggior parte degli animali selvatici, il tatto in altri;
questi animali dipendono più di quanto non accada a noi oggi dalla più
acuta consapevolezza possibile di un ambiente ostile. Se si eccettua la
complessità della corteccia cerebrale (che non avverte direttamente il
dolore), il loro sistema nervoso è pressochè identico al nostro, e le
loro reazioni al dolore sono straordinariamente simili, pur se prive
(per quanto ne sappiamo) di sottintesi filosofici e morali, La
componente emozionale è del tutto evidente, principalmente nella forma
di paura e di rabbia.
In Gran Bretagna, tre diverse cominissionì governative che si sono
occupate di questioni riguardanti gli animali hanno accettato la
conclusione che gli animali provano dolore. Dopo aver posto l'accento
sulle evidenti riprove comportamentali di tale tesi, i membri della
commisslone sulla crudeltà verso gli animali selvatici, istituita nel
1951, dichiararono:
( ... ) noi crediamo che l'evidenza fisiologica, e ancor più quella
anatomica, giustifichino pienamente e rafforzino l'opinione comune che
gli animali provano dolore.
Il rapporto della commissione concludeva inoltre l'esame del valore
evolutivo del dolore ribadendone l'evidente "utilità biologica",
e affermando che ciò costituisce "un terzo tipo di prova del fatto
che gli animali sentono dolore". I membri della commissione
passavano poi a considerare forme di sofferenza diverse dal dolore
puramente fisico, e aggiungevano di essere "convinti che gli animali
avvertano paura e terrore intensi". Successivi rapporti di
commissioni governative britanniche sugli esperimenti animali e sul
benessere degli animali sottoposti ai metodi di allevamento intensivo
concordarono con questa opinione, giungendo alla conclusione che gli
animali sono in grado di soffrire sia per lesioni fisiche dirette che
per paura, ansia, stress e altro.Infine, nell'ultimo decennio, la
pubblicazione di libri come Animal Thought (Pensiero animale),
Cosa pensano gli animali, e Animal Suffering. The Science
of Animal Welfare (Sofferenza animale. La scienza del benessere
animale) ha reso chiaro che la presenza di consapevolezza negli animali
non umani è oggi generalmente considerata un serio argomento d'indagine
scientifica.
Si potrebbe ben ritenere tutto ciò sufficiente a chiudere la questione;
ma è necessario considerare ancora un'obiezione. Gli esseri umani che
soffrono, dopotutto, dispongono di almeno un segnale comportamentale di
cui gli animali non umani sono privi: un linguaggio sviluppato. Gli
altri animali possono comunicare fra loro, ma non, a quanto sembra, nel
modo complesso in cui lo facciamo noi. Alcuni filosofi, tra cui
Descartes, hanno attribuito grande importanza al fatto che, mentre gli
umani possono descrivere in notevole dettaglio la propria esperienza del
dolore, gli altri animali non siano in grado di farlo. E' interessante
notare che tale un tempo netta linea divisoria tra gli umani e le altre
specie è ora minacciata dalla scoperta che si può insegnare un
linguaggio agli scimpanzé. Ma, come Bentham mise in evidenza molto tempo
fa, l'abilità linguistica non ha rilevanza per il problema di come un
essere debba venire trattato, a meno che tale abilità non possa essere
connessa alla capacità di soffrire, in modo che la sua assenza getti
dubbi: sull'esistenza di quest'ultima.
Tale connessione può essere perseguita in due modi. In primo luogo,
esiste una confusa linea di pensiero, risalente forse ad alcune dottrine
riconducibili all'influente filosofo Ludwig Wittgenstein, secondo la
quale non si possono sensatamente attribuire stati di coscienza a esseri
privi di linguaggio. Questa posizione mi pare assai implausibile. Il
linguaggio può essere necessario per il pensiero astratto, e in ogni
caso a un certo livello; ma stati come il dolore sono più primitivi e
non hanno niente a che fare con esso.
Il secondo e più comprensibile modo di collegare linguaggio ed esistenza
del dolore consiste nell'affermare che la miglior prova che possiamo
avere della sofferenza di altre creature è costituita dal fatto che esse
ci dicano che stanno soffrendo. Questa è una linea argomentativa
diversa, perché non nega che chi non usa il linguaggio possa soffrire:
essa nega soltanto che sia possibile avere sufficienti ragioni per
credere nell'esistenza di tale sofferenza. Tuttavia, neanch'essa
raggiunge lo scopo. Come ha evidenziato Jane Goodall nel suo lavoro
sugli scimpanzé, L'ombra dell'uomo, quando si tratta di
esprimere sensazioni ed emozioni il linguaggio è meno importante di modi
non linguistici di comunicazione quali un incoraggiante colpetto sulla
schiena, calorosi abbracci, strette di mano e così via. I segnali
fondamentali che noi usiamo per comunicare dolore, paura, rabbia, amore,
gioia, sorpresa, eccitazione sessuale e molti altri stati emotivi non
sono caratteristici della nostra specie.L'affermazione "io soffro"
può essere una tra le prove a sostegno della conclusione che chi parla
stia soffrendo, ma non è la sola prova possibile e, poiché accade che la
gente menta, neppure la migliore.
Ma anche se ci fossero ragioni più valide per rifiutarsi di attribuire
il dolore a chi non possiede un linguaggio, le conseguenze di tale
rifiuto potrebbero indurci a respingere tale conclusione. I neonati
umani e i bambini piccoli non sanno parlare. Negheremmo forse che un
bambino di un anno possa soffrire? Se la risposta è no, il linguaggio
non può essere decisivo. Certo, la maggior parte dei genitori comprende
le reazioni dei propri figli meglio di quanto non comprenda le reazioni
degli animali; ma questo non e' che un dato riguardante la conoscenza
relativamente superiore che abbiamo della nostra specie e il maggiore
contatto che abbiamo con i bambini rispetto a quanto accade per gli
animali. Chi ha studiato il comportamento dei membri di altre specie e
chi ha un animale come compagno presto impara a decifrarne le reazioni
con una sicurezza pari a quella con cui noi decifriamo le reazioni di un
neonato, e talvolta anche superiore. Per concludere, dunque: non vi sono
buone ragioni, scientifiche o filosofiche, per negare che gli animali
provino dolore. Se non dubitiamo che gli altri umani provino dolore, non
dobbiamo neppure dubitare che ciò valga anche per gli altri animali.
Gli animali sono capaci di provare dolore. Come abbiamo già visto, non
può esistere giustificazione morale per considerare il dolore (o il
piacere) che provano gli animali meno importante della stessa quantità
di dolore (o di piacere) provata da umani. Ma quali conseguenze pratiche
derivano da tale conclusione? Per evitare malintesi spiegherò un po' più
a fondo ciò che voglio dire.
Se si colpisce energicamente un cavallo sulla groppa con la mano
distesa, il cavallo forse si avvierà, ma presumibilmente avvertirà poco
dolore. La sua pelle è abbastanza spessa da proteggerlo da un semplice
schiaffo. Se si schiaffeggia nello stesso modo un bambino, però, il
bambino piangerà e presumibilmente sentirà dolore, perché la sua pelle è
più sensibile. Cosi, è più grave dare uno schiaffo a un bambino che a un
cavallo, se lo schiaffo è dato con la stessa forza. Ma esisterà qualche
tipo di colpo (non so esattamente quale, forse un colpo con un pesante
bastone) in grado di causare al cavallo tanto dolore quanto se ne causa
a un bambino schiaffeggiandolo con la mano. Questo è ciò che intendo per
"la stessa quantità di dolore", e se consideriamo sbagliato
infliggere una certa quantità di dolore a un bambino senza buone
ragioni, dobbiamo, a meno che non siamo specisti, considerare
altrettanto sbagliato infliggere la stessa quantità di dolore a un
cavallo senza buone ragioni.
Vi sono tra umani e animali altre differenze che danno luogo a ulteriori
complicazioni. Gli esseri umani adulti normali hanno capacità mentali
che, in determinate circostanze, fanno sì che essi soffrano più di
quanto soffrirebbero gli animali nelle medesime circostanze. Se
decidessimo per esempio di compiere esperimenti scientifici estremamente
dolorosi o letali su adulti umani normali, rapiti a caso a questo scopo
nei parchi pubblici, ogni adulto che entrasse in un parco sarebbe
assalito dalla paura di essere rapito. Il terrore che ne seguirebbe
sarebbe una forma di sofferenza addizionale rispetto al dolore
dell'esperimento. Gli stessi esperimenti eseguiti su animali non umani
causerebbero meno sofferenza, dato che gli animali non proverebbero in
anticipo il terrore di essere rapiti e utilizzati per gli esperimenti.
Questo non significa naturalmente che sarebbe giusto condurre
l'esperimento sugli animali, ma soltanto che esiste una ragione non
specista per preferire l'uso di animali a quello di adulti umani
normali, qualora l'esperimento debba essere fatto. Va comunque osservato
che questo stesso argomento ci fornisce una ragione per preferire l'uso
di infanti umani (orfani forse) o di esseri umani gravemente ritardati
all'uso di adulti, dato che neppure gli infanti e i ritardati avrebbero
alcuna idea di ciò che potrebbe succedere loro. Per quel che riguarda
questo argomento, gli animali non umani, e gli infanti e i ritardati
umani, rientrano nella stessa categoria; e se lo usiamo per giustificare
esperimenti su animali non umani dobbiamo chiederci se siamo anche
disposti ad ammettere esperimenti su infanti e ritardati umani; e se
facciamo una distinzione fra gli animali e questi umani, quale può
esserne la base, se non una sfacciata (e moralmente indifendibile.)
preferenza per i membri della nostra stessa specie?
Vi sono molti ambiti in cui le superiori capacità mentali degli esseri
umani adulti normali segnano una differenza: capacità di prevedere,
memoria più dettagliata, maggiore consapevolezza di ciò che accade e
così via. Nondimeno, queste differenze non puntano tutte nella direzione
di una maggior sofferenza da parte dell'essere umano normale. Talvolta
gli animali possono soffrire di più a causa della loro più limitata
comprensione. Se, per esempio, facciamo alcuni prigionieri in tempo di
guerra, possiamo spiegare loro che, sebbene debbano subire la cattura,
la perquisizione e la reclusione, non saranno altrimenti danneggiati e
verranno lasciati liberi alla fine delle ostilità. Se tuttavia
catturiamo un animale selvatico, non possiamo spiegargli che non stiamo
attentando alla sua vita. Un animale selvatico non può distinguere un
tentativo di sopraffare e imprigionare da un tentativo di uccidere;
l'uno gli causa tanto terrore quanto l'altro.
Si potrebbe obiettare che un confronto tra sofferenze di specie diverse
è impossibile, e che per questa ragione, quando gli interessi degli
animali e quelli degli esseri umani confliggono, il principio di
uguaglianza non fornisce alcuna guida. E' probabilmente vero che un
confronto tra sofferenze di membri di specie diverse non può essere
fatto con precisione, ma la precisione non è essenziale. Anche se
dovessimo impedire l'inflizione di sofferenza agli animali solo nei casi
in cui fosse del tutto certo che gli interessi degli umani non ne
verrebbero toccati in nessun modo comparabile a quello in cui vengono
colpiti quelli degli animali, saremmo costretti a operare nel
trattamento degli animali radicali mutamenti che coinvolgerebbero la
nostra dieta, i metodi di allevamento che impieghiamo, le procedure
sperimentali in molti campi della scienza, il nostro atteggiamento verso
gli animali selvatici, la caccia, la cattura con trappole e l'uso di
pellicce, e infine divertimenti come il circo, il rodeo, lo zoo. Come
conseguenza, un'enorme quantità di sofferenza verrebbe evitata.
Fin qui ho detto molto circa l'inflizione di sofferenza agli animali, ma
non ho detto nulla circa la loro uccisione. L'omissione non è casuale.
L'applicazione del principio di uguaglianza all'inflizione di sofferenza
e', in teoria almeno, abbastanza diretta. Il dolore e la sofferenza sono
un male e devono essere prevenuti o minimizzati, indipendentemente dalla
razza, dal sesso, o dalla specie dell'essere che soffre. Fino a che
punto il dolore sia un male dipende dalla sua intensità e dalla sua
durata, ma dolori della stessa intensità e durata sono un male della
stessa entità, non importa se provati da umani o animali.
L'immoralità dell'uccidere un essere è una questione più complicata. Ho
mantenuto, e continuerò a mantenere, la questione dell'uccidere in
secondo piano perché, nell'attuale condizione di tirannia umana sulle
altre specie, il più semplice e diretto principio di uguale considera-
zione del dolore o del piacere è una base sufficiente per individuare e
contrastare tutti i maggiori abusi che gli esseri umani compiono ai
danni degli animali. Nondimeno, e' necessario dire qualcosa riguardo
all'uccidere.
La maggior parte degli esseri umani, come è specista nella sua
disponibilità a causare dolore agli animali mentre non causerebbe un
dolore analogo agli umani per la medesima ragione, così, è specista
nella disponibilità a uccidere gli animali in casi in cui non
ucciderebbe degli umani. In questo caso bisogna tuttavia procedere con
maggiore cautela, perché le persone hanno opinioni molto diverse circa
quando sia giustificato uccidere umani, come attestano le perduranti
controversie sull'aborto e l'eutanasia. Né i filosofi morali sono
riusciti ad accordarsi sul motivo esatto per cui è sbagliato uccidere
gli esseri umani e su quali siano le circostanze in cui uccidere un
umano può essere giustificabile.
Consideriamo dapprima la tesi che sia sempre sbagliato togliere la vita
a un umano innocente. Possiarno denominarla dottrina della "sacralità
della vita". Le persone che la sostengono si oppongono all'aborto e
all'eutanasia. Dato però che solitamente esse non si oppongono
all'uccisione degli animali non umani, sarebbe forse più esatto
denominarla dottrina della "sacralità della vita umana". L'idea
che la vita umana, e solo la vita umana, sia inviolabile è una forma di
specismo. Per rendersene conto, basta considerare il seguente esempio.
Supponiamo che, come talvolta accade, un bambino sia nato con un'estesa
e irreparabile lesione cerebrale. La lesione è cosi grave che il bambino
non potrà mai essere niente di più che un "vegetale umano",
incapace di parlare, di riconoscere chi gli sta intorno, di agire
indipendentemente dagli altri, o di sviluppare una forma di
autocoscienza. I genitori del bambino, rendendosi conto di non poter
sperare in un miglioramento delle condizioni del figlio ed essendo in
ogni caso riluttanti a spendere, o a chiedere allo stato di spendere, le
migliaia di dollari che sarebbero necessarie ogni anno per fornirgli
un'assistenza adeguata, chiedono al medico di uccidere il neonato in
modo indolore.
Il medico deve fare ciò che gli chiedono i genitori? Legalmente non
dovrebbe, e sotto questo rispetto la legge rispecchia la dottrina della
sacralità della vita. La vita di ogni essere umano è sacra. Pure, la
gente che farebbe propria questa tesi a proposito del neonato non si
oppone all'uccisione degli animali non umani. Com'è possibile
giustificare tale differenza di valutazione? Scimpanzé, cani, maiali,
così come i membri adulti di molte altre specie, superano di gran lunga
il neonato cerebroleso in quanto a capacità di avere relazioni con gli
altri, di agire in modo indipendente, di essere autocoscienti, così come
in qualsiasi altra abilità di cui si possa ragionevolmente asserire che
dà valore alla vita. Anche con la più assidua assistenza possibile,
alcuni neonati gravemente ritardati non potranno mai raggiungere il
livello di intelligenza di un cane. E non possiamo appellarci ai
sentimenti dei genitori del bambino, dato che essi stessi, in questo
esempio immaginario (e in alcuni casi reali), non vogliono tenerlo in
vita. La sola cosa che distingue il neonato dagli animali, agli occhi di
chi vuole attribuirgli un "diritto alla vita", è il fatto che
esso sia biologicarriente un membro della specie Homo sapiens, laddove
scimpanzé, cani e maiali non lo sono. Ma usare questa differenza come
base per garantire un diritto alla vita al neonato e non agli altri
animali è, naturalmente, puro specismo. Ciò cui si fa appello è infatti
proprio quel genere di arbitraria differenza cui il più rozzo e
dichiarato razzista ricorre nel tentativo di giustificare la
discriminazione razziale.
Questo non significa che per evitare lo specismo dobbiamo sostenere che
uccidere un cane sia altrettanto sbagliato che uccidere un essere umano
in pieno possesso delle sue facoltà. La sola posizione irrimediabilmente
specista è quella che cerca di far correre il confine del possesso del
diritto alla vita esattamente parallelo al confine della nostra specie.
Coloro che sostengono la dottrina della sacralità della vita fanno
esattamente questo, poiché pur operando una netta distinzione tra gli
esseri umani e gli altri animali non ammettono che vengano fatte
distinzioni all'interno della nostra specie, e si oppongono
all'uccisione dei ritardati gravi e delle persone in stato di avanzata
senilità con la stessa decisione con cui si oppongono all'uccisiorie
degli adulti normali.
Per evitare lo specismo dobbiamo ammettere che esseri simili sotto tutti
gli aspetti rilevanti hanno un analogo diritto alla vita, e che la
semplice appartenenza alla nostra specie biologica non può costituire un
criterio moralmente rilevante ai fini di questo diritto. Entro questi
limiti, potremmo ancora sostenere che, per esempio, è più grave uccidere
un adulto umano normale, dotato di autocoscienza, e della capacità di
fare progetti per il futuro e di avere relazioni significative con
altri, di quanto non lo sia uccidere un topo, che presumibilmente non
possiede tutte queste caratteristiche; oppure potremmo appellarci agli
stretti legami personali e familiari che gli umani sviluppano in grado
superiore ai topi; o ancora potremmo ritenere che sono le conseguenze
per gli altri urnani, indotti a temere per la propria vita, a segnare
una differenza cruciale; o infine potremmo pensare a qualche
combinazione di tutti questi fattori, o di altri ancora.
Quali che siano i criteri che noi scegliamo, tuttavia, dovremo ammettere
che essi non seguono esattamente il confine della nostra specie.
possiamo legittimamente sostenere che esistono caratteristiche tali da
rendere la vita degli esseri che le possiedono più preziosa di quella di
altri esseri; ma vi saranno di sicuro degli animali non umani la cui
vita, da qualsiasi punto di vista, ha più valore della vita di alcuni
umani. Uno scimpanzé, un cane o un maiale, per esempio, hanno un più
alto grado di autocoscienza e una maggiore capacità di relazioni
significative con gli altri di un neonato gravemente ritardato o di una
persona in stato di avanzata senilità. Se fondiamo dunque il diritto
alla vita su queste caratteristiche, dobbiamo accordare a questi animali
un diritto alla vita uguale a, o maggiore di, quello di tali umani
ritardati o senili.
Questo argomento si presta a una duplice interpretazione. Se ne potrebbe
dedurre che scimpanzé, cani e maiali, insieme ad altre specie, hanno un
diritto alla vita, e che noi commettiamo un crimine morale tutte le
volte che li uccidiamo, perfino quando sono vecchi e malati e la nostra
intenzione è liberarli dalle loro sofferenze. Oppure se ne potrebbe
desumere l'idea che coloro che sono gravemente ritardati o
irrimediabilmente senili non hanno diritto alla vita e possono essere
uccisi per ragioni del tutto banali, come accade ora agli animali.
Dal momento che tema di questo libro sono le questioni etiche che
concernono gli animali, e non la moralità dell'eutanasia, non cercherò
di risolvere la questione in modo definitivo. Ritengo comunque che sia
ragionevolmente chiaro che, per quanto entrambe le posizioni appena
delineate evitino lo specismo, nessuna delle due è soddisfacente. Ciò di
cui abbiamo bisogno è una qualche posizione intermedia che si sottragga
allo specismo senza per questo fare della vita dei ritardati e dei
senili una cosa così a buon mercato come è oggi la vita dei maiali e dei
cani, o la vita dei maiali e dei cani tanto intangibile da far ritenere
sbagliato liberarli da sofferenze senza rimedio. Ciò che dobbiamo fare è
includere gli animali non umani nella sfera della nostra considerazione
morale e cessare di vedere le loro vite come spendibili per qualunque
futile scopo ci capiti di avere. Allo stesso tempo, se comprendiamo che
il fatto che un essere appartenga alla nostra specie non è di per sé
sufficiente a far sì che sia sempre sbagliato ucciderlo, possiamo
giungere a rivedere la nostra politica di preservazione della vita umana
a tutti i costi, anche quando non c'è nessuna prospettiva di
un'esistenza dotata di senso o libera da terribili sofferenze.
Si può dunque concludere che il rifiuto dello specismo non implica
l'attribuzione di un uguale valore a tutte le vite. Mentre
l'autocoscienza, la capacità di prevedere, di nutrire speranze e
ambizioni per il futuro, di sviluppare significative relazioni con gli
altri e così via, non sono rilevanti ai fini del problema dell'inflizione
di dolore (poiché il dolore è dolore, quali che siano le altre capacità
dell'essere, a parte quella di provare dolore) tali capacità sono
rilevanti ai fini del problema del togliere la vita. Non è arbitrario
ritenere che la vita di un essere autocosciente, capace di pensare
astrattamente, di fare progetti per il futuro, di comunicare in modo
complesso e cosi via, abbia più valore della vita di un essere privo di
tali capacità. Per cogliere la differenza tra il problema
dell'infliggere dolore e quello del togliere la vita, consideriamo come
ci comporteremmo nell'ambito della nostra stessa specie. Se dovessimo
decidere se salvare la vita di un essere umano normale o quella di un
essere umano intellettualmente menomato, probabilmente sceglieremmo di
salvare la vita dell'umano normale; ma se dovessimo decidere se
risparmiare della sofferenza all'essere umano normale o a quello
intellettualmente menomato (immaginiamo che entrambi abbiano subito
lesioni dolorose ma superficiali, e che l'anestetico in nostro possesso
sia sufficiente per uno solo dei due) non è più tanto chiaro come
dovremmo comportarci. Lo stesso vale quando prendiamo in considerazione
le altre specie. Il male costituito dal dolore non è in sé condizionato
dalle altre caratteristiche dell'essere che soffre; il valore della vita
ne è invece influenzato. Per avanzare soltanto una ragione di tale
differenza, togliere la vita a un essere che ha nutrito speranze, fatto
progetti e lavorato per un obiettivo futuro equivale a privarlo della
realizzazione di tutti i suoi sforzi; togliere la vita a un essere la
cui capacità mentale sia inferiore al livello necessario per capire che
si ha un futuro (e quindi, a maggior ragione, per poter fare piani per
il futuro) non può comportare questo particolare tipo di perdita. In
genere, ciò significherà che se dovremo scegliere tra la vita di un
essere umano e la vita di un altro animale sceglieremo di salvare la
vita dell'essere umano; ma vi possono essere casi particolari in cui
vale il contrario, perché l'essere umano in questione non possiede le
capacità di un essere umano normale. Così questa posizione non è
specista, sebbene possa apparire tale a prima vista. La preferenza, in
casi normali, per il fatto di salvare una vita umana piuttosto che la
vita di un animale quando una scelta deve essere fatta è una preferenza
basata sulle caratteristiche che gli esseri umani normali possiedono, e
non sul mero fatto che essi siano membri della nostra stessa specie.
Questa è la ragione per cui, quando prendiamo in considerazione membri
della nostra specie privi delle caratteristiche degli esseri urnani
normali, non possiamo più dire che la loro vita deve sempre essere
anteposta a quella degli altri animali. Questo problema emerge in
termini pratici nel prossimo capitolo. In generale, comunque, la domanda
su quando sia sbagliato uccidere (in modo indolore) un animale è una
domanda alla quale non abbiamo bisogno di dare una risposta precisa. A
condizione che rammentiamo che dobbiamo attribuire alla vita degli
animali lo stesso rispetto che attribuiamo alla vita degli esseri umani
a un simile livello mentale,non possiamo non sbagliare di molto.
In ogni caso, le conclusioni cui si giunge in questo libro discendono
soltanto dal principio di minimizzazione della sofferenza. L'idea che
sia sbagliato anche uccidere gli animali in modo indolore fornisce ad
alcune di esse un sostegno supplementare gradito ma del tutto superfluo.
E' interessante notare come questo valga anche per la conclusione che
dovremmo diventare vegetariani che nella mentalità comune è generalmente
basata su qualche sorta di proibizione assoluta di uccidere.
Peter Singer
Animal Liberation - 1990 New York
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