| |
|
| [.:Animalismo:.] |
|
Quei sei guerriglieri animalisti in
viaggio nell'inferno dei cani
Accadde una notte, nei boschi dell'Alabama
a ridosso di un piccolo villaggio di nome Franklin Township. Era il
primo aprile di quattro anni fa.
«Fu quando la nostra vita cambiò», ricordano ancora, non senza retorica,
i protagonisti di allora. Le identità, in questa storia, sono segrete; a
lungo ma inutilmente nomi e volti dei sei protagonisti - attivisti del
gruppo underground Animal Liberation Front (Alf) - sono stati l'oggetto
della caccia di polizia della Contea e federali. «Eravamo un gruppo di
amici carissimi, uniti da un'idea incrollabile, eravamo in missione. Il
nostro obiettivo era realizzare ciò che non era mai stato fatto prima di
allora: irrompere all'inferno e fare ritorno».
L'inferno di cui racconta l'autore della storia, comparsa per la prima
volta sulle pagine della rivista animalista americana Bite Back (una
traduzione complicata potrebbe assomigliare a «Mordere reagendo»), sono
i laboratori della multinazionale della ricerca Huntingdon Life Sciences
(Hls), un colosso con filiali in Usa ed Europa dedito alla
sperimentazione scientifica su cavie animali. Le vittime sono beagles,
cani di piccola-media taglia, dal carattere dolcissimo e dal fisico
particolarmente resistente agli abusi e alle sopraffazioni.
«In quel week end riuscimmo finalmente a realizzare il nostro sogno.
Entrammo di notte nei laboratori della Huntingdon Ls. Per qualche ora
discendemmo negli inferi di un lager. Ma quando uscimmo avevamo con noi
quattordici preziosi amici». Erano cani beagles, «tutto quanto riuscimmo
a trovare in vita all'interno dei magazzini con le gabbie».
L'eco del blitz dei "sei di Franklin", condotto con una tecnica da
commando militare, fece il giro del mondo. L'effetto a catena fu
sorprendente, le azioni illegali del movimento animalista si
moltiplicarono, negli Stati Uniti e successivamente in Europa. Ma, off
course, l'effetto più importante fu nella vita dei quattordici beagle
liberati dalla schiavitù. «E' ancora difficile, quando li guardo adesso
mentre saltano sui prati e si riposano sdraiati al tramonto, ricordare
le gabbiette di ferro dove erano rinchiusi quando li trovammo» ricorda
il leader dei "sei", che chiameremo First bite, il Primo morso. «L'unica
cosa che mi solleva è la certezza, assoluta come io sono vivo, che
nessuno potrà mai farli tornare in quelle tombe viventi».
Prima del blitz dei "sei", per vent'anni, in centinaia avevano cercato
in qualunque modo di entrare nel «most notorious lab», nel più
famigerato tra i laboratori. Eppure niente, il poderoso complesso della
Huntingdon Life Sciences (Hls) assomigliava a un mondo inaccessibile.
Nascosti nel mezzo di una foresta, i laboratori dell'Alabama sembravano
pensati con il preciso intento di non essere visibili. O meglio,
studiati apposta per essere completamente nascosti al mondo. All'esterno
dei locali una fitta rete di guardie di sicurezza per impedire a
chiunque di avvicinarsi, all'interno l'omertà degli impiegati; per anni
i gruppi animalisti non erano riusciti a documentare le accuse contro la
multinazionale della ricerca scientifica britannica, dall'inizio degli
anni '80 al centro di furiose polemiche per il trattamento riservato
alle cavie viventi.
Fino a quando, nel 1989, una giovanotta inglese di nome Sarah Kite si
trasforma in un cavallo di Troia e apre la prima breccia. Grazie al suo
curriculum da biologa Sarah si fa assumere nei laboratori animali della
Huntingdon Ls britannica, millecinquecento beagles stipati in tre
padoglioni. Pian piano guadagna la fiducia dei capi e l'accesso alle
zone degli esperimenti, ma in silenzio prepara il suo voluminoso atto di
accusa. Fotocopia documenti, scatta fotografie, raccoglie prove e le
porta fuori dai laboratori. Per otto lunghi mesi non apre bocca anche di
fronte ad episodi di tale crudeltà sugli animali che, racconterà più
tardi, «comprimevano lo stomaco e provocavano valanghe di rabbia e
commozione».
Sarah diventa la testimone di un mondo ai confini della realtà. Gli
scienziati della Huntingdon Ls conducono sui cani test di tossicità.
Spruzzano sostanze velenose negli occhi dei cani, sui quali viene
sperimentato di tutto: dagli insetticidi a fertilizzanti altamente
nocivi. I beagles, cresciuti in cattività, chiusi in gabbia giorno e
notte e privati di qualunque possibilità di assaporare un lampo di vita,
vengono sottoposti a test per intolleranze di ogni genere, dai detersivi
ai medicinali, che vengono introdotti nelle pance dei cani in capsule di
gelatina o tramite dei tubi di plastica che spingono i veleni
direttamente nello stomaco. Insomma, un girone dantesco. «Un inferno
maledettamente vero», ricorda Sarah che è ancora una star tra attivisti
della Buav (British Union for the Abolition of Vivisection, Unione
Britannica per l'Abolizione della Vivisezione).
Quando il materiale raccolto da Sarah Kite viene pubblicato, la
Huntingdon Life Sciences scatena la sua maestosa controffensiva
mediatica. Decine di professori e scienziati, alcuni direttamente al
soldo della multinazionale, spiegano con eleganza accademica come le
malefatte contro i cani siano giustificate della supremazia dell'homo
sapiens sapiens, «la vita umana prima di tutto»; pazienza se migliaia di
esseri viventi e intelligenti, dotati della percezione di sé e persino
dei ricordi, siano rinchiusi in un lager. Una vita tra l'acciaio e i
conati, sepolti tra le loro feci e nel vomito provocato dai veleni che
gli vengono iniettati, sacrificati in nome di quell'etica razzista che
immola il diritto di vivere e respirare di un animale alla supremazia
darwiniana della bestia umana.
La campagna della Huntingdon, pian piano, riesce comunque a spegnere
l'indignazione generale e salvo qualche gruppo di irriducibili
animalisti che porta avanti campagne solitarie, gli esperimenti
continuano, gli affari vanno a gonfie vele. La Huntingdon trova
l'escamotage di appaltare alcuni esperimenti ad altre firme della
scienza farmaceutica e tossicologica, col risultato di disperdere le
informazione e confondere gli antagonisti pro-animali. Per undici lunghi
anni pochi si occuperanno dei crimini contro gli animali commessi dalla
Huntingdon. Fino a quando, una notte della primavera 2001.
Ricorda First Bite: «la sera del 31 marzo compimmo il primo giro di
ricognizione nel bosco intorno ai laboratori. La prima buona notizia fu
che non sembravano esserci guardie private, la seconda che il complesso
era proprio al confine tra due Contee, così che se fosse arrivata la
polizia della Contea di Franklin avremmo potuto filarcela dal settore
nord, dove, ad appena cento metri, la loro giurisdizione finisce».
«Lanciammo una corda da un albero e la passammo tramite un barchino
dall'altra parte del canale. Mentre in silenzio ascoltavamo il rumore
delle onde create dal nostro passaggio pensavo che le onde sarebbero
dovute diventare enormi: per dire al mondo che l'uso di animali come
veicolo per la cupidigia umana non sarebbe più stato tollerato».
Arrivato in prossimità dei padiglioni, il gruppo capisce che è l'ora
dell'irruzione. «Si sentiva solo il rumore del sistema di ventilazione,
insieme al tenue sferragliare delle nostre cesoie sulla rete della
Huntingdon. Aprimmo parecchi varchi per la via di uscita, avevamo pochi
minuti prima dell'arrivo della ronda, di cui sapevamo anche a perfezione
gli orari».
Quando i sei riescono a entrare nei primi padiglioni, degli animali solo
poche, orrende tracce. «Non riuscivamo a trovare animali vivi, ma
ovunque potevamo vederne la presenza fisica, i luoghi erano la
testimonianza della tremenda sofferenza patita in quelle sale. Quello
che non immaginavo era lo stato di abbandono e di pattumiera dell'intero
edificio. C'erano delle tavole piene di strumenti operatori, bisturi
ancora sporchi di sangue, sacchetti di plastica contenenti organi o
chissà che altro». I "sei" non apriranno neanche quelle buste, a questo
punto l'unica cosa che conta sono gli animali ancora vivi. E alla fine,
compaiono. «Solo seguendo il fetore osceno di animali costretti a vivere
in cattività, stipati l'uno sull'altro e mai lavati, riuscimmo infine ad
arrivare agli unici animali che trovammo vivi nel laboratori della Hls».
I padiglioni sono protetti da allarme, ma sopra le porte il sistema di
aerazione è penetrabile. I sei, incappucciati con passamontagna nero e
la "divisa" da guerriglieri animalisti, passano dal condotto dell'aria.
«L'interno era immondo, sporcizia e resti biologici ovunque, ma quello
che ricordo meglio era il silenzio degli animali. Un silenzio carico di
tensione. I cani ci guardavano senza muovere un nervo. Attraverso il
buio vidi il luccichio nero degli occhi dei beagle. Ci fissavano con un
misto di curiosità e profondo timore dell'uomo. Avevamo atteso così
tanto quel momento, a qualcuno di noi scesero i lacrimoni». «Aprimmo le
porte delle gabbie, dopo una prima esitazione i primi cani iniziarono a
uscire. A quel punto anche gli altri realizzarono che potevano lasciare
la loro piccola prigione di acciaio. I cani uscirono dalle gabbie,
esercitando la loro nuova libertà di saltare, correre, interagire l'uno
con l'altro. Sembravano impazziti, come se non avessero mai lasciato
prima d'ora, neanche per un secondo, la loro condizione di schiavi».
La fuga verso la libertà è veloce, ma i cani che non sono abituati a
muoversi non riescono a stare dietro ai sei giovani. «Io presi il più
piccolo e il più grande con me - ancora First bite - e dopo pochi metri
di sprint il cucciolo già piangeva stremato. Lo raccolsi, guardando
verso il beagle vecchio, che nonostante le gambe anziane teneva il suo
ritmo dietro di me, lento ma costante. Come se sapesse che tener duro
voleva dire non tornare mai più in quel maledetto cubo metallico».
Il gruppo arriva dall'altra parte del bosco, il cielo albeggia.
«Dopo qualche ora arrivammo in un luogo sicuro, i cani sembravano
stanchi e si stringevano tra di loro: il sonno che pian piano li avvolse
tutti era l'inizio del loro meritato viaggio in questo mondo». Era il
primo aprile 2001, Alabama. «Il freddo dell'inverno stava lasciando il
posto al verde intenso della primavera, la vita che sostituisce il lungo
buio. Era una splendida mattina, una mattina perfetta per celebrare una
nuova vita».
|
|
|
|